Il tempo non è sempre una linea: quando il cervello ricorre allo spazio per misurare gli intervalli temporali

Il tempo non è sempre una linea: quando il cervello ricorre allo spazio per misurare gli intervalli temporali

Le persone ricorrono spesso a gesti spazialmente definiti, come il movimento delle mani da sinistra a destra o da dietro in avanti, per rappresentare e comunicare lo scorrere del tempo. Questi gesti accompagnano naturalmente espressioni come “prima–dopo”, “ieri–domani”, “presto–tardi”. La dimensione spaziale del tempo è inoltre profondamente radicata nel linguaggio quotidiano, come mostrano metafore molto comuni quali “lasciarsi il passato alle spalle”, ed è utilizzata anche per descrivere concetti altamente astratti, come la “curvatura dello spazio-tempo” nella teoria della relatività. Ma tutto questo implica davvero che il cervello umano rappresenti il tempo in modo intrinsecamente spaziale?

Uno studio appena pubblicato sulla rivista NeuroImage dal gruppo di ricerca diretto dal Prof. Fabrizio Doricchi, del Dipartimento di Psicologia della Facoltà di Medicina e Psicologia dell’Università Sapienza di Roma, fornisce una risposta chiara a questa domanda. I risultati mostrano che la rappresentazione spaziale del tempo non è primaria, ma emerge come un meccanismo compensatorio: viene cioè reclutata quando i sistemi cerebrali interni deputati alla stima non spaziale degli intervalli temporali operano in modo lento o inefficiente. Per la prima volta, questo studio chiarisce quando, come e perché il cervello umano ricorre allo spazio per supportare l’elaborazione delle informazioni temporali.

 

 

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